Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: non ce l’abbiamo con la FIDAL, né con gli EPS, anche se qui li critichiamo entrambi. Noi amiamo l’atletica leggera come la amano loro e pensiamo che un confronto franco e aperto faccia bene al nostro sport e faccia bene a chi se ne occupa a tutti i livelli: perché se lo sport soffre, soffrono gli sportivi, le squadre, gli enti, le federazioni, tutti… ma se si lavora insieme per rimuovere le storture e migliorare la pratica sportiva avremo non solo più sportivi e più cittadini in salute, ma anche squadre, EPS e una Federazione più valide, più concentrate sulle proprie mission, più utili allo sport e alla collettività. Per questo riteniamo che criticare – cioè usare il senso critico – sia in realtà una specie di “atto d’amore”… o, almeno, noi lo viviamo così. E ora veniamo al dunque.
In principio era la “reciprocità”. Poi la FIDAL1 decise che sul movimento podisitico amatoriale si poteva guadagnare. E fu il “doppio tesseramento”, cioè un sistema con due pesi e due misure, in cui atleti uguali in tutto, tranne che nella tessera, non possono partecipare alle stesse gare. A meno che paghino…
In principio era una sostanziale “complementarietà” tra Federazione (emanazione del CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano) ed Enti di Promozione Sportiva: la prima si occupava di portare gli atleti alle Olimpiadi e di fissare le norme per la regolarità delle competizioni (omologazioni, giudici di gara, controlli antidoping, etc.), gli altri erano soggetti liberamente nati dal basso, radicati sul territorio, che portavano la gente a praticare sport (in particolare la corsa, sport povero, semplice ed accessibile per eccellenza) organizzando gare amatoriali di ogni tipo e livello. Poi la FIDAL decise che su questa grande massa di gente che corre si poteva guadagnare, ma per farlo bisognava eliminare (o almeno limitare) il ruolo degli EPS. E fu piazza pulita: “laddove ci sono gare agonistiche devono far capo alla Fidal, dove invece ci sono manifestazioni di altro tipo faranno capo agli Enti di promozione sportiva. Abbiamo due funzioni differenti: noi ci occupiamo delle corse agonistiche e come obbiettivo abbiamo anche quello di portare gli atleti alle olimpiadi. Gli Enti di promozione fanno un altro tipo di gare, più ludiche , dove non c’è classifica…”, disse Fabio Pagliara, segretario generale della FIDAL dal 2013 al 2020.
E proprio da questa illuminante intervista a Fabio Pagliara, pubblicata il 16 ottobre 2015 sul blog “Vado di Corsa” di Antonio Ruzzo, è utile partire per la nostra riflessione. Leggetela qui, prima di andare oltre in questa pagina.
Come avete potuto leggere nelle parole di Pagliara, le intenzioni erano chiare sin dall’inizio: “la Federazione ha scelto di (…) mettere un po’ di ordine in un mondo dove ci sono sei miloni di persone che corrono inconsapevolmente di cui solo il 10 per cento però fa atletica”. Tradotto: ci sono milioni di potenziali tesserati e, se non riusciamo acchiapparli nelle società affiliate alla FIDAL, lo possiamo fare attraverso la Runcard, che renderemo obbligatoria per competere nelle gare (anche per chi è tesserato EPS), a partire da quelle nazionali, poi vedremo… Considerato che la Runcard costa 30 € (e 15 € per i già iscritti EPS), le moltiplicazioni potete farle da soli 2.
E la ricetta per arrivare all’obiettivo di annientare il movimento podistico amatoriale che cresce dal basso è chiara e semplice, nella sua sfacciata surrealtà. Infatti, per favorire il podismo amatoriale (che è sempre felicemente esistito a prescindere dalla Federazione) lo escludiamo dall’ambito agonistico (“noi ci occupiamo delle corse agonistiche (…) gli Enti di promozione fanno un altro tipo di gare, più ludiche, dove non c’è classifica”), costringiamo chi vuole fare una gara a prendere una tessera o addirittura due (“Anni fa per correre una gara Fidal si doveva essere iscritti una società. Oggi con la Runcard lo può fare chiunque. Basta andare sul sito, iscriversi e il giorno dopo si può partecipare ad una gara della federazione”) e mettiamo tutta una serie di paletti in modo da scoraggiare l’organizzazione delle gare e ridurne così il numero (“Nel nostro Paese ogni anno ci sono più 3600 eventi distribuiti tra sabato e domenica senza contare luglio e agosto. Troppi. Non si capisce più nulla”). Tutto questo, come detto, per “andare incontro soprattutto agli amatori, anche perchè su 200mila tesserati il 50 per cento viene proprio dalle corse amatoriali quindi sarebbe una follia se noi non cercassimo di favorirli (…) perchè sono una promozione incredibile per il nostro movimento (…) (ed) hanno tutto il nostro sostegno anche perchè noi speriamo che possano essere un serbatoio per il nostro movimento, anche agonistico”. Paradossale e geniale, non c’è dubbio. Del resto l’obiettivo di questa illuminata riforma è esplicitamente quello di “mettere un po’ di ordine in un settore che negli ultimi anni è diventato sempre più confuso”.
A questo punto, però, una domanda sorge spontanea : ma per favorire lo sport praticato (che, lo ricordiamo, esiste solo se comporta competizione ed agonismo) tra la popolazione, non sarebbe bastato semplicemente togliere l’obbligo di qualunque tessera per partecipare (come avviene nel resto del mondo), abolire certificato medico e assicurazione obbligatoria (come avviene nel resto del mondo) e moltiplicare le occasioni per gareggiare sul territorio, anche facilitando l’organizzazione delle manifestazioni attraverso la rimozione di vincoli e paletti inutili? Più semplice, più economico, più efficace. E sensato. O no? Non sembra una cosa tanto “confusa”…
Ma qui non è solo la FIDAL che ciurla nel manico. Anche gli EPS hanno le loro responsabilità. E non sono piccole. Perché essi sottoscrivono, a cadenza quadriennale (in concomitanza con l’anno olimpico, ad aggiungere al danno anche la beffa), una convenzione-capestro grazie alla quale si auto condannano allegramente all’irrilevanza e alla progressiva estinzione.
I numeri (evidenti se solo ci si mette a scorrere le classifiche degli ultimi anni) sembrerebbero chiari ed impietosi. Ad averli… Sì perché sono mesi che abbiamo chiesto al nostro EPS (Endas) di conoscere i dati sull’andamento degli iscritti nel tempo, per poter ragionare sugli effetti della nuova politica di convenzioni, ma non abbiamo avuto alcuna risposta. E a nulla è servito rivolgere la stessa richiesta agli altri EPS firmatari della convenzione. Cosa possiamo dedurre da questo silenzio? Beh, è molto semplice: che neanche agli stessi EPS interessa molto di tutto questo. A parte le prese di posizione di facciata in merito a casi specifici, non c’è alcuna vera intenzione di rimettere in discussione la radice della questione, cioè il sistema del “doppio tesseramento” imposto dalla Fidal di Pagliara.
Basterebbe, infatti, non firmare alcuna convenzione (cosa che, lo ricordiamo, non mette in discussione l’appartenenza dell’EPS al registro del CONI ed i benefici fiscali che ciò comporta) o recedere dalla stessa (se già firmata) e, come Enti di Promozione, mettersi d’accordo nell’organizzare tutte le gare senza la Fidal (che, lo ricordiamo, è un ente di diritto privato e come tale non ha alcuna autorità al di fuori del perimetro dei propri associati), gare regolarmente competitive e su qualunque distanza (perché non c’è legge che lo vieti) e rigorosamente “open”, cioè aperte a tutti i possessori dei due unici requisiti di legge: il certificato medico e l’assicurazione (la quale viene stipulata nell’ambito di qualunque tesseramento, EPS o Fidal che sia). E questo fino a quando non verrà ripristinata la piena reciprocità tra Fidal ed EPS, come era fino al 2016 3. Ma i nostri EPS avranno gli attributi necessari per prendere una simile posizione? Nutrire qualche dubbio è legittimo…
In questo clima kafkiano è diventato difficilissimo, addirittura diremmo visionario, immaginare di riportare l’Italia tra le altre nazioni del mondo in cui lo sport è libero e per tutti, non solo senza certificati né assicurazioni obbligatorie, ma anche semplicemente senza vincoli auto-procurati per organizzare gare e per parteciparvi. Tuttavia, proprio perchè, a differenza di quelle relative al certificato e all’assicurazione, questa questione non richiede alcuna modifica di legge, archiviare la convenzione Fidal-EPS, attraverso il semplice rifiuto a sottoscriverla (almeno fino a quando non tornerà ad essere un accordo paritetico tra enti di pari dignità), è il passo più facile da fare e, perciò, il più urgente, perché lo sport torni ad essere libero e per tutti.
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- Formalmente non sarebbe esatto dire che è stata la FIDAL a introdurre, nelle convenzioni con gli EPS, il concetto di “doppio tesseramento”, in quanto esso è previsto dal modello approvato nel 2015 (e inasprito nel 2019) dal CONI e da questo reso vincolante per le federazioni; tuttavia, essendo la FIDAL la più importante ed emblematica tra le federazioni del CONI ed avendo essa per prima studiato e voluto il sistema della RunCard e del doppio tesseramento (si veda come già dal 2015 aveva declinato a propria immagine e somiglianza il modello del CONI e come lo abbia ulteriormente raffinato nel 2022), è di tutta evidenza come la FIDAL sia da considerarsi la vera e unica ispiratrice della sciagurata determinazione del CONI… ↩︎
- Non entriamo qui nelle questioni prettamente economiche (forse lo faremo altrove nel blog), ma vale la pena riportare le illuminanti giustificazioni di Pagliara riguardo al senso di questa raccolta di denaro: “su 30 euro ben 16 vengono usati per promuovere lo sport tra i giovani, nelle scuole per la formazione dei professori, per iniziative legare alle charity. Lo scorso anno in questa direzione son state ridistribuite per 15 mila card più di 150 mila euro. Sono serviti anche per il nostro progetto parchi che ci ha permesso di attrezzare per la corsa diverse aree verdi delle città”. A parte l’ovvia considerazione sul silenzio riguardo all’utilizzo dei restanti 14 euro, appare chiaro che la Runcard si configura semplicemente come una tassa surrettiziamente applicata a chi vuole fare sport, finalizzata a finanziare cose che dovrebbero già essere istituzionalmente provvedute dallo Stato e dalle sue emanazioni (come il CONI). E anche sulla capacità di gestire utilmente i 16 euro da parte di questi soggetti si può nutrire qualche legittimo dubbio; si veda ad esempio il progetto “Sport modello di vita” curato, tra gli altri, dallo stesso Pagliara e “con cui il Coni intende promuovere la pratica sportiva nel nostro Paese”: basta leggere queste poche righe di sintesi per capire che si tratta di soldi buttati via per una iniziativa priva di senso, di utilità e di efficacia (e di cui oggi rimane, ad imperitura memoria, questo esilarante sito internet)… ↩︎
- Alcuni amici ci fanno notare che una delle spinte alla partecipazione dei podisti alle gare è quella di comparire nei ranking ufficiali della Federazione e che, in un sistema di gare non-Fidal, ciò sarebbe impossibile. Si tratta, tuttavia, di un falso problema: in un contesto di “reciprocità”, in cui cioè qualunque atleta tesserato (EPS o Fidal che sia) può liberamente partecipare a qualunque gara, da chiunque organizzata, i risultati ottenuti in una gara omologata nel percorso e regolarizzata dalla presenza di giudici qualificati possono sempre e comunque confluire in un unico ranking nazionale, indipendentemente dall’appartenenza dell’atleta alla Fidal o ad un EPS. Peraltro, in tal modo, la Federazione adempirebbe in maniera molto più efficace al suo scopo di individuare le migliori eccellenze da portare nelle competizioni nazionali ed internazionali, senza gli inutili e controproducenti (perciò insensati) impedimenti con cui opera oggi. Ricordate il caso di Catherine Bertone, atleta amatoriale che aveva tempi da olimpiade ma che la Federazione non voleva portare a Rio 2016 per incomprensibili motivi formali? È uno degli esempi della strategia suicida che la Federazione persegue, come quello di ridurre il serbatoio dei possibili talenti con regole e regolette, invece di ampliarlo mettendoci tutti gli atleti italiani (non solo i tesserati). Direi che soprattutto chi ama la Fidal dovrebbe concordare con noi sul fatto che va salvata da se stessa… ↩︎